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L’emozionante esperienza fra Tradizione e Natura, vissuta a La Trota dei fratelli Serva! Foodwineadvisor

Uno dei miei luoghi del cuore è il Ristorante La Trota dei fratelli Serva. Mi piace venire in questo luogo, che in pratica è un Paradiso in Terra, almeno quattro volte l’anno.

I motivi sono molteplici e vanno da una Natura ricca di acqua e verde, all’accoglienza della famiglia Serva, alla loro capacità di trasferire la Natura circostante nel piatto e al fatto che ogni volta faccio un’esperienza di vita e godimento dei sensi, esente da errori, e che mi lascia soddisfatto e desideroso di tornare al più presto possibile.

L’etica della famiglia è palpabile e i tanti premi raggiunti sono dei riconoscimenti parziali dell’inarrivabile qualità intrinseca della loro offerta che, nell’affermarsi, mai si concede a scorciatoie di comodo e/o di convenienza.

Ai piedi della frazione di Piedicolle, nel paese di Rivodutri, posta nella Riserva Naturale dei Laghi Lungo e Ripasottile, sgorga la Sorgente di Santa Susanna che, con una portata di circa 5.000 litri al secondo, è una delle più grandi d’Europa.

In quest’autentico monumento naturale, proprio lì dove, tramite delle polle, l’acqua esce rigogliosa dal terreno in ogni dove, si può camminare nel lussureggiante verde e ammirare il vecchio mulino, ancora funzionate. Le acque sorgive danno origine al fiume, che si getta nel lago di Ripasottile, e al canale di Santa Susanna, che, passando vicino alle mura del ristorante, le collega al fiume Velino. Qui, in alcune zone è consentita la pesca e le acque sono frequentate da gamberi, da trote di torrente e da quelle iridee.

Bellissimi i cigni che abitano la sorgente e le aree limitrofe. Tra gli uccelli indigeni, da qualche anno si sono aggiunti i cormorani, attratti da un vicino allevamento di trote, che purtroppo hanno limitato la popolazione di quelle selvagge, comunque ancora presenti, e facilmente ammirabili, nel fiume e nel canale.

Non c’è una mia visita che non sia iniziata gustandomi questa natura meravigliosa, tramite la spettacolare veduta che il ponticello del ristorante mi offre ogni volta, rivelandomi uno scenario che varia con le stagioni e che ha la capacità di rilassarmi e di mettermi in sintonia culturale e gastronomica con il successivo pranzo.

In questo tempo di Covid 19, sento ancor più la necessità di un rinnovato abbraccio con la Natura e come me, ne sono certo, ancor più lo sente la famiglia Serva.

Già mi hanno detto di questa loro necessità di raccontare, con la loro arte, la Natura ancora più profondamente e, proprio per questo e a maggior ragione, sono qui oggi per perdermi in essa.

Proprio sul ponte di legno, sono stati allestiti dei tavoli, al fine di permettere ai clienti questa immersione sensoriale nell’autentico monumento naturale.

Più in là, proprio sulla riva c’è un salotto, dove poter prendere un aperitivo o il caffè in totale relax.

Il pensiero va anche a quello che era questo luogo circa sessanta anni fa, quando una giovane coppia di ristoratori scelse questo luogo per far nascere la sua trattoria.

Mamma Rolanda, oggi certosina ricercatrice di erbe selvatiche, cucinava nel caldaio sul camino la pasta tirata a mano, mentre Papà Emilio cuoceva alla brace le trote, i lucci e il castrato.

Oggi grazie a Maurizio e Sandro, opportunamente affiancati in sala dai rispettivi figli Amedeo e Michele, la proposta si è arricchita, oltre alla grande cucina, di un’accoglienza spontanea che trasuda passione, entusiasmo e la capacità di mettere il cliente sempre a proprio agio. In aggiunta la capacità di ricercare nel territorio, e in quelli immediatamente limitrofi, le migliori materie prime, unite a una tecnica certosina, composta d’infiniti passaggi, capaci di rielaborare e concentrare i sapori della memoria, opportunamente supportati dagli odori, dai sapori e dalle consistenze delle erbe di sorgente. Tutto questa cromaticità gustativa è resa ancora più evidente dalla sala total white, nel caso di un pranzo all’interno, e ancora più assordante, se si ha la fortuna di avere il clima giusto per sedersi ai tavoli sul ponticello.

La cucina lascia molto spazio ai pesci d’acqua dolce, proprio perché le acque caratterizzano da sempre questo territorio. Ora, ancor più la proposta sarà rispettosa dei luoghi e della tradizione e anche i menù degustazione, e le relative scelte alla carta, ne sottolineano l’esigenza.

Nella prima, denominata ATTRAVERSANDO IL LAGO … si trovano:

Trota, couscous alla curcuma;

Carpa, maionese di rape rosse, sedano d’acqua;

Bisque di gamberi di torrente, elicriso;

Ravioli di patate affumicate, anguilla, genziana;

Trota fario, foie gras, pesche;

Dolce da scegliere a piacere dall’apposita carta

In quella intitolata a … ARRIVANDO AL TERRITORIO:

Porcino e lumache;

Quaglia, mosto cotto, erbe spontanee;

Gnocchi di pane, pollo, peperoni;

Bottoni di stracciatella, luppolo, foie gras;

Lingua di manzo, caramello al bergamotto

Dolce da scegliere a piacere dall’apposita carta.

Invece, SCEGLIENDO ALLA CARTA:

Trota, couscous alla curcuma;

Porcino e lumache;

Carpa, maionese di rape rosse, sedano d’acqua;

Quaglia, mosto cotto, erbe spontanee;

Bisque di gamberi di torrente, elicriso;

Zuppa di tinca con passaggio speziato e capelli d’angelo;

Bottoni di stracciatella, luppolo, foie gras;

Gnocchi di pane, pollo, peperoni;

Ravioli di patate affumicate, anguilla, genziana;

Trota fario, foie gras, pesche;

Anguilla nel coniglio e viceversa;

Piccione e ciliegie;

Lingua di manzo, caramello al bergamotto;

In aggiunta sono disponibili i Formaggi al carrello:

Tra le tante proposte, da provare assolutamente la ricotta “Te Serve?” elaborata da una Pastora del luogo.

MOMENTO DOLCE:

Zuppa di agrumi, gelato di olive nere della Sabina, cioccolato bianco al sale ripieno di mango;

Piccole bombe, crema, lamponi e cioccolati;

Come dire… “Zuppa Inglese!”;

Yogurt, ciliegie, grano.

Dalla cantina, si possono scegliere 800 ETICHETTE TRA ITALIA E FRANCIA TRA GRANDI CLASSICI E NUOVE SCOPERTE. Consiglio di dare una sbirciata a uno degli ultimi fogli della carta; infatti, al capitolo “Il tempo ci ha conservato” si troverà una selezione di etichette dei più importanti produttori italiani fino agli anni 90.

Questa esperienza inizia con un bicchiere di Champagne Pol Roger che ha accompagnato egregiamente la freschissima panzanella, dove il gelato al basilico recita il ruolo dell’attore principale e il filo, fatto di Olio EVO, suggella la parte scenografica.

Questa è una vera merenda estiva, esaltata dalla contrapposizione del “salume” di pesce d’acqua dolce e melone. Un inizio con il botto! I formidabili grissini, stirati a mano, e l’ottimo pane a lievitazione naturale sono stati accompagnati, questa volta, dall’EVO di Giulia Cappelli.

La cantina, grazie ad Amedeo Serva, è sempre più “carica” di proposte di vini di vero artigianato. Ho dato fondo alle vecchie annate di Breg e Ribolla di Josko Gravner. Poi, anni fa, mi fu proposta l’Acqua della Serpa del grande Francesco Annesanti. Poi altre etichette interessanti si sono succedute nel tempo.

Oggi tra le proposte, una più allettante dell’atra, scelgo Berrette di Daniele Parma. Il vino Vermentino, macerato sulle bucce e dalle quali prende il nome, è giustamente non filtrato al fine di lasciare spessore alla bevuta. Al naso arrivano i profumi di tanti e diversi fiori gialli, riconosco nettissima la ginestra e poi frutta, sempre gialla e agrumi a gogo. C’è presenza di note minerali, con accattivanti sbuffi fumé, in quest’annata 2008, che diventeranno ancora più idrocarburiche con il passare degli anni.

È un meraviglioso inizio quest’antipasto, composto da Trota, couscous alla curcuma. Il pesce è stato cotto con estrema gentilezza e precisione e il couscous è così buono che ne mangerei a secchiate. Peccato che per la preparazione servano i vapori di litri di brodo e la realizzazione sia così complessa, fatti che rendono la dose nel piatto un vero regalo. Emozionante, anche nella sua rinnovata edizione più sobria nella preparazione del piatto e che immagino voglia sottolineare il maggior ritorno alla natura dei fratelli Serva.

La Carpa, maionese di rape rosse, sedano d’acqua è il dish signature del ristorante, oggi leggermente sottotono dovuto al fatto che il freddo, in superficie, abbia costretto il pesce nelle acque profonde e fangose, fino a poco tempo fa. Ottimo, ma le carni saranno migliori nei prossimi giorni, quando la carpa avrà modo di depurare meglio le proprie carni dal fango, nuotando nelle cristalline acque di superficie.

Ottima la Bisque di gamberi di torrente, elicriso e strigoli (o stridoli); un vero canto della natura e dell’acqua in perenne movimento, esaltato dalle sue erbe e dai suoi crostacei.

Gli Gnocchi di pane, pollo, peperoni sono un primo piatto, creato da poco da Maurizio e Sandro Serva. Mi trasmettono la semplicità e la ghiottoneria delle polpette povere, fatte con tanto pane e poca carne. Il ricordo va agli anni vissuti dai nostri avi, quando le nonne erano capaci di fare miracoli in cucina con quello che mettevano a disposizione l’unico salario in famiglia e l’aia di casa con l’aggiunta del pane raffermo di qualche giorno prima. Qui la carne è di un vero pollo che ha beccato libero e i peperoncini sono di fiume. Il brodo aiuta a rendere ancora più appetibile questo piatto del ricordo e della Natura.

Il giovane, ma già esperto uomo di sala, Amedeo mi serve un bicchiere di birra Silene che è stata elaborata dal vicino e capace Birrificio Alta Quota. Qui una parte del luppolo è stata sostituita dallo strigolo, proprio per ottenere una birra elegantemente e piacevolmente amara e capace di innescare una bevuta asciugante e progressiva.

I Ravioli di patate affumicate, anguilla, genziana è un successivo primo piatto che si abbina perfettamente alla birra, entrando in perfetta sinergia “amara” con quella degli strigoli e in giusto e raffinato contrasto con il dolce del grasso dell’anguilla. Applausi al Maître Amedeo Serva, a papà Maurizio e zio Sandro, per aver pensato una birra così rappresentativa del loro bellissimo territorio.

Scelgo un secondo di carne da libero cortile e con note dolci. Amedeo mi propone, per accompagnarlo un grande vino di Bordeaux. Il Pauillac di Chateau La Bécasse, annata 1995, mi sorprende subito per la sua elegante bevuta, sottolineata da tannini microsferici e morbidissimi. Mi aveva già convinto al naso con le sue note speziate e di frutti rossi. Nonostante la complessità e la concentrazione, questo è un vino dalla bevuta agile e che conferma la bontà dell’annata a distanza di 25 anni.

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Il piccione è accompagnato da buonissime ciliegie e proviene da un contadino che vive presso la Cascata delle Marmore, proprio lì dove vive e opera Francesco Annesanti, un vignaiolo di cui sentiremo molto parlare. Sono ottime le carni del volatile, qui proposte in tre varianti e le relative cotture, necessarie a esaltarle.

Giunto a questo punto non ho più spazio per i formaggi ma alla ricotta “Te serve?” (frase secca e senza presentazione da parte della Pastora, quando ne ha un poco da vendere alla famiglia Serva) non riesco a rinunciare, tanto è buona e soave!

Per i dessert non c’è che l’imbarazzo della scelta;

Come dire… “Zuppa Inglese!”;

Yogurt, ciliegie, grano;

Piccole bombe, crema, lamponi e cioccolati;

Zuppa di agrumi, gelato di olive nere della Sabina, cioccolato bianco al sale ripieno di mango è un dolce storico e sempre interessante, per la sua capacità di creare un momento dolce condito da EVO e sapidità defaticanti.

Etica, capacità di accogliere chiunque, abilità tecnica di cucina e di sala, Territorio, pesci d’acqua dolce di una bontà che mai ti aspetteresti, erbe spontanee di fiume e di sorgente, in aggiunta al degustare cibi di alto livello e immersi in un monumento naturale: tutto questo e tanto altro sono le caratteristiche de Il Ristorante La Trota dei Fratelli Serva. Oggi ho trovato ancora più Natura e Tradizione nella mia piacevolissima ed ennesima esperienza.

Lunga vita alla famiglia Serva!

La Trota dal 1963

Rivodutri, Via S. Susanna, 33

Tel. +39 0746 685078

Mail info@latrota.com

Web https://www.latrota.com

La Tradizione di grande qualità, in un luogo dove meno te lo aspetteresti! Semplicemente Totarello. Foodwineadvisor

Esistono luoghi, che intrinsecamente dovrebbero, proprio per il territorio vocato che rappresentano, esprimere il massimo del gusto.

I Castelli Romani sono adagiati su un sistema vulcanico spento, che ha lasciato un’enorme e verde caldera in zona Pratoni del Vivaro, due Laghi bellissimi (Albano e Nemi) lì dove erano presenti due bocche di fuoco, una solitaria Valle Marciana, dove nascono i migliori vini Frascati e il romantico Laghetto, ora sede di un esclusivo campo da golf.

Certamente, poi gli umani hanno fatto del loro meglio per rovinare questo Paradiso in Terra. Per convincersene c’è una strada, che meglio di tante altre, rappresenta lo sfascio di un luogo, altrimenti bellissimo. Sto scrivendo della Via Nettunense che da Frattocchie, in località Marino, conduce fino ad Anzio. Gli abusi edilizi e, più avanti, i capannoni abbandonati, di un paesaggio ex industriale, non hanno la forza di frenare gli appassionati buongustai che la percorrono per raggiungere le ambite tappe della riviera e di alcuni altri ristoranti, posti nella popolosa città di Aprilia.

La prima parte era, sino a qualche anno fa, un “deserto dei Tartari” in ambito gastronomico, se si fa eccezione di alcuni valenti Vignaioli, presenti nella zona intorno a Campoleone.

Nella frazione di Cecchina, proprio nella parte appartenente al comune castellano di Albano Laziale, da qualche anno c’è una realtà ristorativa che si chiama Semplicemente Totarello.

Qui, il patron Fabrizio Vecchioni ha ricreato una proposta di Cucina che attinge alla tradizione Toscana e non solo e che è supportata da una materia prima di alta qualità. La sala è piccola ma ben rifinita e ora, in epoca Covid 19, permette delle sedute ben distanziate. All’esterno c’è uno spazio dehors, molto ambito nella bella stagione e che, molto probabilmente, diventerà un giardino d’inverno, propio al fine di essere usato in ogni stagione.

L’accoglienza è calda, da vera trattoria di paese, e il menù, che cambia ogni giorno seguendo la disponibilità della materia prima fresca, è di conseguenza recitato a voce.

Il tempo di sedermi e Fabrizio mi porta subito dell’ottimo pane tiepido che è accompagnato da uno splendido olio. Mi suggerisce un vino rosso per accompagnare la carne, il secondo piatto che è il vero cavallo di battaglia del ristorante, e tra le proposte presenti mi invita a provare un bicchiere di Merlot 2013 di Ômina Romana.

Il crudo di Mangalica è di altissimo livello ed è l’ennesima dimostrazione della bontà del maiale peloso che è allevato in Ungheria e nella zona dei Balcani: vero antipasto di riferimento qui, da circa tre anni. In accompagnamento al crudo, ci sono due fette ricavate da un rotolo, tipo porchetta, da pancia di Cinta Senese, cariche del loro succo di cottura e leggermente poco cotte al centro.

Un successivo antipasto è composto dal Tagliere di salumi di Cinta Senese e formaggi Toscani di Pienza con marmellate fatte in Totarello.

Fa tanta Toscana, questa tiepida zuppa di fagioli cannellini alle erbe aromatiche. Questo è un piatto che apre il cuore e distenderà immediatamente anche in piena estate, quando ci sarà il caldo torrido, e sarà servito a temperatura ancora più fresca, accompagnandolo, come ora, con un giro d’olio di ottimo livello. La zuppa è così buona, che praticamente finisco il pane, nonostante la presenza di quello bruscato, proprio per tirarla su fino all’ultima goccia.

La tartare, o per i più precisini la battuta al coltello, mi conferma la qualità della carne Chianina e dell’olio che l’accompagna. Giusti i capperi che concedono il loro piccante e amaro che si somma a quella dell’olio, creando un canto Mediterraneo.

Il successivo antipasto è hot, non solo perché sta continuando a friggere nel piatto ormai in tavola, ma per la bontà intrinseca della materia prima, che vede in abbinamento il guanciale di Mangalica all’’uovo di Paolo Parisi. Molto buono e altresì scenografico.

Mi rendo conto che dovrei mangiare anche il primo e magari il secondo e sono in sostanza già sazio. Chiedo al cortese Vecchioni di propormeli ma in dose di assaggio.

Gli gnocchi, con fonduta di pecorino di Pienza e nocciola Tonda Gentile delle Langhe, continuano ad avere il loro perché, nonostante la temperatura esterna non sia più quella invernale e quindi non più consona per un piatto così calorico.

Sono pura poesia questi pici Toscani, tirati a mano, impreziositi da un ragù di Cinta Senese e cotti alla maniera della Nonna.

Al tavolo vicino stanno festeggiando un compleanno e i commensali sono arrivati alla carne che, nel caso, è tutto un tripudio di un’enorme bistecca di chianina, accompagnata da ribs di maiale.

Io preferisco un meno impegnativo, si fa per dire, Filetto di Cinta Senese con lardo di Pata Negra e granella di pistacchi di Bronte. Gioisco della grande qualità della carne e della sua cottura eccellente che ha lasciato crudo il cuore. Ottima la scelta di fasciarlo nel lardo, così da ottenere tanto sapore e morbidezza del morso. Chapeau.

Non ho più lo spazio per affrontare il dessert e ben me ne viene, perché posso degustare la pasticceria secca che è di una qualità notevole, introvabile in tutto il comprensorio.

In questo luogo mi aspettavo qualità, ma devo aggiungere che c’è anche sostanza, quantità nei piatti, passione nel cibo e nella gestione. Un ristorante meritevole di visite compulsive al fine di provare anche i classici di carne e di pasta che si rifanno anche alla tradizione Romana ma elaborati con ingredienti di altissimo livello.

Un piccolo gioiello enogastronomico che è veramente uno dei pochi fari dell’autentica tradizione Italiana e Toscana in zona Castelli Romani.

Bravo Fabrizio, con il tuo fare dai grande onore a tutto il territorio circostante e a papà Antonio (Toto), famoso sin da piccolo per il suo nome Totarello!

Ristorante Toscano Semplicemente Totarello di Vecchioni Fabrizio

Via Nettunense, 352/A, 00041 Cecchina di Albano Laziale RM

Tel. +39 06 9341598

Web https://www.facebook.com/semplicementetotarello/

L’emozionante Cucina della vera Tradizione, riproposta, nella maniera più verace, da Il Canneto. Foodwineadvisor

Sono anni che mi segnalano Il Canneto, ma per varie vicissitudini non ero riuscito mai a frequentarlo prima di oggi.

Il ristorante è posto in Grottaferrata su via di Mola Cavona e assai vicino alle storiche Villa Senni e le catacombe Ad Decimum.

Comodo il parcheggio custodito, la cui estensione già fa spia della capacità di accoglienza del ristorante, usato dai clienti anche durante le cerimonie.

Oggi sono qui con gli amici di Lazio in Movimento e vogliamo festeggiare la possibile uscita dal Covid 19 con un buon piatto di gnocchi.

Il locale è composto di due sale, la prima più grande e luminosa e la seconda, più raccolta, e che meglio si presta a tavolate tra amici e piccoli eventi privati.

La pandemia, ancora in atto, ha diradato la concentrazione dei tavoli, permettendo degli spazi più confortevoli durante il fine settimana, dove si raggiunge il tutto esaurito.

La grande sala sembra essere stata appena ristrutturata e si presenta pulitissima, nonostante il ristorante sia qui dal lontano 1966, realizzato grazie a una vincita al Totocalcio del capostipite, all’epoca cameriere in uno dei ristoranti posti ai Campi di Annibale.

La sala, infatti, proietta immediatamente negli anni 60/70 e credo che aiuti la veridicità della proposta. Il menù contempla pochi piatti, quelli della tradizione, ormai sparita nella vicina Capitale.

Oggi è giovedì, quindi non indugiamo e ordiniamo i mitici gnocchi, piatto simbolo di questo ristorante. Arrivano, abbondanti, caldi e fumanti nel mitico vassoio, usato nei tempi andati.

Lo gnocco è di una pulizia assoluta e il ragù, che contiene anche alcuni coinvolgenti pezzi di carne, è giusto di sugo e di piccante. Mi sento proiettato, allora bambino, in quelle feste della domenica in cui mamma insieme a zia, impastavano questo piatto simbolo Italiano. A noi bambini erano concessi di rigarli, uno a uno, con i rebbi di una forchetta, per poi disporli ad asciugare, sopra dei panni puliti, su qualsiasi superficie orizzontale di casa disponibile. Mia cugina più grande, già in amore, era addetta alla cottura e i piatti migliori erano il suo e il mio. Zia abitava vicino a scuola e qualche giovedì ero ospitato a pranzo per degustare anche tre piatti di gnocchi. Il sapore di questi è la conferma di quelli del passato e quasi mi scappa la lacrimuccia. Me li degusto uno a uno, con la giusta lentezza di un amplesso sessuale. Grandissimo piatto, dalla porzione generosissima!

Gli amici e il gentilissimo cameriere Giancarlo mi consigliano di provare anche il trittico di primi (fettuccine, cannelloni e ravioli), che comunque degusterò durante la prossima visita.

Sul secondo decidiamo di prendere cose diverse.

Il galletto è cotto alla perfezione e me lo conferma un’aletta che gentilmente mi è stata offerta.

Così come un successivo assaggio mi comunica la bontà delle carni. Gli involtini riportano alla cucina di nonna, con quel sugo aromatico da tirare su con l’ottimo pane casareccio.

Irreprensibile anche la carne delle polpette fritte, così come la pulizia dell’olio che è costantemente usato nuovo e pulito per la cottura delle stesse. Anche qui è riuscitissima la doppia consistenza: croccante e asciutto il fuori e umida e morbida dentro. L’erotismo si fa piatto!

I contorni, a cui è impossibile rinunciare, sono la cicorietta di campo, ancora raccolta da un’anziana signora di Grottaferrata, e le patate fritte di Avezzano, da mangiarsi rigorosamente con le mani.

Finiamo il pasto con un assaggio di crostate della tradizione, una alle fragole e l’altra alla ricotta.

Il servizio è stato veloce, sorridente e accogliente.  Lodevole esempio, soprattutto in una zona di grandi numeri. Così com’è da rilevare che il ristorante è stato portato avanti sempre dalla stessa gestione. La cortesia, il buon gusto, la selezione dei fornitori e conseguentemente della materia prima, che si uniscono alla semplicità  della proposta, sono i punti di forza di questo ristorante, insieme, ovviamente, alla buona cucina casareccia proposta nel menu.

La genuinità, la semplicità e l’amore, che ogni giorno sono profusi nel lavoro, da parte dello staff de Il Canneto, mi sono arrivati forti e chiari, rendendo la mia esperienza di cliente, coinvolgente anche sotto il profilo emotivo.

Ristorante Il Canneto

Via della Cavona, 12

Grottaferrata RM

Tel. +39 06 9431 5466

Web https://www.facebook.com/Ristorante-Il-Canneto-Grottaferrata-158414678878/

Covid 19, le linee di indirizzo per la riapertura delle attività di ristorazione*. Foodwineadvisor

Le presenti indicazioni si applicano per ogni tipo di esercizio di somministrazione di pasti e bevande, quali ristoranti, trattorie, pizzerie, self-service, bar, pub, pasticcerie, gelaterie, rosticcerie (anche se collocati nell’ambito delle attività ricettive, all’interno di stabilimenti balneari e nei centri commerciali), nonché per l’attività di catering (in tal caso, se la somministrazione di alimenti avviene all’interno di una organizzazione aziendale terza, sarà necessario inoltre rispettare le misure di prevenzione disposte da tale organizzazione).


▪ Predisporre una adeguata informazione sulle misure di prevenzione, comprensibile anche per i clienti di altra nazionalità.
▪ Potrà essere rilevata la temperatura corporea, impedendo l’accesso in caso di temperatura > 37,5 °C.
▪ È necessario rendere disponibili prodotti igienizzanti per i clienti e per il personale anche in più punti del locale, in
particolare all’entrata e in prossimità dei servizi igienici, che dovranno essere puliti più volte al giorno.
▪ Negli esercizi che dispongono di posti a sedere privilegiare l’accesso tramite prenotazione, mantenere l’elenco dei soggetti che hanno prenotato, per un periodo di 14 giorni. In tali attività non possono essere presenti all’interno del locale più clienti di quanti siano i posti a sedere.
▪ Negli esercizi che non dispongono di posti a sedere, consentire l’ingresso ad un numero limitato di clienti per volta, in base alle caratteristiche dei singoli locali, in modo da assicurare il mantenimento di almeno 1 metro di separazione tra i clienti.
▪ Laddove possibile, privilegiare l’utilizzo degli spazi esterni (giardini, terrazze, plateatici), sempre nel rispetto del distanziamento di almeno 1 metro.
▪ I tavoli devono essere disposti in modo che le sedute garantiscano il distanziamento interpersonale di almeno 1 metro di separazione tra i clienti, ad eccezione delle persone che in base alle disposizioni vigenti non siano soggette al distanziamento interpersonale; detto ultimo aspetto afferisce alla responsabilità individuale. Tale distanza può essere ridotta solo ricorrendo a barriere fisiche tra i diversi tavoli adeguate a prevenire il contagio tramite droplet.
▪ La consumazione al banco è consentita solo se può essere assicurata la distanza interpersonale di almeno 1 metro tra i clienti, ad eccezione delle persone che in base alle disposizioni vigenti non siano soggette al distanziamento interpersonale; detto ultimo aspetto afferisce alla responsabilità individuale.
▪ La consumazione a buffet non è consentita.
▪ Il personale di servizio a contatto con i clienti deve utilizzare la mascherina e deve procedere ad una frequente
igiene delle mani con soluzioni idro-alcoliche (prima di ogni servizio al tavolo.
▪ Favorire il ricambio d’aria negli ambienti interni ed escludere totalmente, per gli impianti di condizionamento, la funzione di ricircolo dell’aria.
▪ La postazione dedicata alla cassa può essere dotata di barriere fisiche (es. schermi); in alternativa il personale deve indossare la mascherina e avere a disposizione gel igienizzante per le mani. In ogni caso, favorire modalità di pagamento elettroniche, possibilmente al tavolo.
▪ I clienti dovranno indossare la mascherina tutte le volte che non si è seduti al tavolo.
▪ Al termine di ogni servizio al tavolo andranno previste tutte le consuete misure di disinfezione delle superfici, evitando il più possibile utensili e contenitori riutilizzabili se non igienizzati (saliere, oliere, ecc). Per i menù favorire la consultazione online sul proprio cellulare, o predisporre menù in stampa plastificata, e quindi disinfettabile dopo l’uso, oppure cartacei a perdere.
*La Regione Campania ritiene che la distanza di un metro vada calcolata dal tavolo.

Fonte: Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, Nuovo coronavirus SARS-CoV-2,
Linee di indirizzo per la riapertura delle Attività Economiche, Produttive e Ricreative.

P. S. : Si consiglia di consultare il decreto legge della rispettiva Regione di appartenenza, appena lo stesso sarà disponibile.

Con il delivery di Romolo al Porto, il profumo e il sapore del Mare sono serviti sul tavolo di casa. Foodwineadvisor

Il Coronavirus/Covid 19 ha sconvolto le nostre vite, abitudini, stati di salute ed economie. Certamente la problematica è stata vissuta dai più come una disgrazia dalla quale, soprattutto all’inizio, sembrava difficile rialzarsi. Poi, nel tempo, alcuni professionisti hanno preso coraggio, affrontando il problema in termini di sfida e intelligentemente creando nuove opportunità.

Nel settore della ristorazione, dopo un’iniziale disperazione e smarrimento e in attesa di nuove disposizioni concernenti l’apertura, alcuni imprenditori hanno reso possibile la soluzione del delivery delle loro pietanze verso casa dei clienti.

Certo i dubbi sono molti e riguardano soprattutto la qualità dei cibi, che potrebbero essere soggetti a cali di performance, anche per la necessaria gestione delle loro temperature di servizio.

Qui sono state adottate varie strategie per assicurare il risultato che va da quella di contenere il raggio d’azione del servizio in pochi isolati, alla fornitura del kit per finire la pietanza a casa e altri espedienti.

C’è chi si è appoggiato a piattaforme di delivery e chi no. Comunque i dubbi di noi clienti sono molti al riguardo. A causa anche della mancanza di domanda da parte della ristorazione, anche i fornitori hanno avuto i loro contraccolpi economici e tra essi le flotte di pesca che si sono parzialmente fermate. Questo fatto ha prodotto anche la parziale mancanza di un pescato di qualità in acquisto, per noi utilizzatori finali.

Ad Anzio non si sono persi tanto d’animo. C’è chi ha aspettato la possibilità di fare asporto e c’è chi ha voluto tenere saldi i rapporti con i propri clienti, portando le proposte di pesce nelle loro case. Chi si è limitato ai comuni vicini, e chi come Da Romolo al Porto non ha posto confine alla sua azione, arrivando a consegnare anche a Roma, ai Castelli Romani ed altri comuni del Lazio, da dove provengono i loro clienti storici.

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Certamente non mi sarei aspettato che a consegnare i preparati di pesce fossero l’adrenalinico Walter e il sorridente Marco Tullio Regolanti in persona, qui, in una foto di repertorio, insieme al norcino Vitaliano Bernabei.

Un Maître e un Sommelier che, oltre ad aver preparato le vivande, seguendo scrupolosamente le norme igieniche, arrivano alla meta di persona, guidando il loro furgone refrigerato e con le vivande correttamente e ordinatamente poste nei rispettivi contenitori di alluminio, molto opportunamente riciclabili.

Inizio la cena degustando i fantastici crudi, che hanno reso Da Romolo al Porto famoso nel mondo.

Nonostante il lungo viaggio, le tartare sono arrivate intatte nella forma. Le sistemo, una a una, sul pane carasau e le bagno con il condimento dato in dotazione.

Eccezionale quella di tonno ai pomodori, fresca quella col fragolino e zucca, ancora più rifrescante la marmora alla mela verde, fantastico il gambero con pomodori colorati, piacevole la consistenza del calamaro con le zucchine ed esotico il finale con il couscous e l’ombrina.

I carpacci di pesce sono quattro: speziato quello di fragolino al timo; un poco tenace, anche se fresco, quello di sarago al cetriolo; ruffiana e molto buona la marmora ai peperoni ed eccellente, per l’eleganza delle carni e l’abbinamento proposto, la tracina alla pesca. Quasi mi scende una lacrima di commozione per quanto sia tutto così buono sino a ora.

Curiosissimo affronto il crudo di crostacei. Sublimi, come sempre gli scampi, che sono di un’eleganza inarrivabile se pescati nel mare prospicente Anzio. Buoni i gamberi bianchi, eccellenti le mazzancolle, di una qualità e sapore, che di solito noi clienti ”uccidiamo” a casa anche con cotture leggere, quando va bene. Finale da fuochi di artificio tramite i gamberi gobetti, vere caramelle di questo splendido Mare e che oggi, grazie a Walter e Marco Tullio, è riuscito a giungere fino a Roma. Lacrima!

Prendo un attimo fiato e affronto il tonno. Inizio con quello ripieno di agretto che sa di mare e di terra, seguito da quello all’aneto, da quello al carciofo, assai interessante, e dal diplomatico di tonno che è la stella dei quattro per consistenza e sapore.

Tutte le pietanze, sin qui degustate, sono state egregiamente accompagnate dal Vallefiara 2018 il vino, di Riccardo Del Frate, mentre le restanti lo saranno con Metella, sempre dell’Azienda Agricola Biologica Di Marzio, dei quali abbiamo scritto qui: https://foodwineadvisor.wordpress.com/2020/05/02/metella-e-il-trebbiano-toscano-di-riccardo-del-frate-capace-di-esprimere-ai-massimi-livelli-il-territorio-dei-colli-di-lanuvio-foodwineadvisor/

Dopo così tanti crudi ho l’esigenza di scaldare un poco lo stomaco. Cosa c’è di meglio di una minestra di pesce alla Portodanzese? La zuppa è contenuta in un sottovuoto, anch’esso riciclabile. Le istruzioni dicono di bollire direttamente la pasta nella minestra, ma valutando le quantità del liquido e la necessità delle due portate, preferisco una scelta diversa, condizionata anche dalla bontà estrema della pasta che sto usando. Infitti, la mischiata del Pastificio Gentile è una pasta lavorata con trafile di bronzo ed essiccata con i tempi lunghi di una volta. Tutto ciò serve a ottenere palabilità e profumo eccellenti, oltre al fatto di assorbire i condimenti nella maniera più ottimale, a causa della sua ruvidità e porosità allo stato dell’arte. Chi è interessato può trovare ulteriori informazioni qui: https://foodwineadvisor.wordpress.com/2015/04/28/pastificio-gentile-emozioni-a-gragnano/

Metto l’acqua di cottura sul fuoco a fiamma allegra, mentre la minestra la inizio a scaldare in un altro contenitore, ma a fuoco basso. Porto a metà cottura la mischiata Gentile e la verso nella minestra che un attimo prima avevo mandato in ebollizione, aumentandone il tenore della fiamma. Lascio cuocere affinché la pasta sia “al chiodo” e spengo la fiamma. Una volta che la minestra è a temperatura giusta, la pasta, che ha continuato a cuocere, sarà perfettamente al dente. Non aggiungo nulla alla minestra, perché è perfetta di sale ed elegantissima nel piccante e poi … questa pasta Gentile va a chiudere perfettamente l’eccellenza Anziate. Questo è un piatto della memoria, quando le poche disponibilità economiche, inducevano le massaie a comprare quel pesce povero (la mazzama) che oggi resta per lo più invenduto nelle aste. Esso è un pesce dal gran sapore di mare e che rende questo piatto indimenticabile e buonissimo. Bellissima anche l’atmosfera che il capace Walter Regolanti sa creare al ristorante, mentre gira tra i tavoli, servendo mestoli di questa goduriosa minestra. Questa è Anzio, questa è la nostra vera Tradizione!

Non so, dove trovo lo spazio per un secondo piatto, ma le due code di rospo sono così invitanti che non riesco a resistergli. Mi è bastato riscaldarle al forno a 150° per tre minuti, lasciandole poi ulteriormente riposare per altri 5 minuti a fuoco spento, al fine di permettere al calore di arrivare anche al centro delle carni. La preparazione è alla cacciatora. I filetti sono stati ricomposti, così come per quella che ho avuto modo di mangiare al ristorante e la cui foto (parzializzata) fu usata da una rivista del settore. Questa che esce dal forno non ha nulla da invidiare, nonostante il lungo viaggio di delivery, da quella che è servita Da Romolo al Porto, quindi mi accingo a fotografarla velocemente per non far perdere la temperatura al pesce e alla salsa, con cui bagno le carni. La consistenza di quest’ultime, oltre alla preparazione, ricordano il piatto dell’entroterra, dove veniva usato il coniglio e, immagino, in tempi più remoti la lepre. Le guance del pesce sono altresì più consistenti e donano, con l’insieme, un’esperienza che al tempo stesso sa di mare ma anche di terra. Chapeau!

Finisco in dolcezza tramite la pastiera con gocce di cioccolata fondente.

Certamente mi manca l’atmosfera del ristorante e, con essa, l’attenzione dei camerieri al mio tavolo, dove mai è mancato nulla. Manca l’accoglienza dei fratelli Regolanti e la presenza costante di Walter a illustrarmi cibi e vini. Ritengo che in tempo di quarantana, questo sia un miracolo, perché la professionalità dei fratelli ha permesso di emozionarmi pur restando a casa. La sensazione di cenare vicino al mare c’è tutta, perché le pietanze mi hanno portato gli odori e i sapori di un litorale inarrivabile, in termine di gusto della sua materia prima.

Un raggio di sole e quello di felicità mi sono entrati in casa, producendo un’esperienza indimenticabile per il palato e il cuore. Adesso, mentre scrivo, mi commuovo di nuovo.

Certamente il delivery non sarà una soluzione che salverà le economie dei ristoranti, ma fatto con questa intelligenza e capacità, permetterà a Walter e Marco Tullio di tenere ben saldi i rapporti con i loro clienti, che sentendosi coccolati come dei veri amici, torneranno in massa Da Romolo al Porto, appena la pandemia lo permetterà.

Da Romolo al Porto

Via Porto Innocenziano 19

00042 Anzio (Roma)

info@daromoloalporto.com

Tel. +39 069844079

Web https://daromoloalporto.com

Metella è il Trebbiano Toscano di Riccardo del Frate, capace di esprimere ai massimi livelli il territorio dei Colli di Lanuvio. Foodwineadvisor

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Conosco Riccardo del Frate da anni. L’etico e capace vignaiolo, dell’Azienda Agricola Biologica Di Marzio, opera in un luogo molto vocato, posto tra Lanuvio e Campoleone, dove, da qualche tempo, esiste una crescita qualitativa che stupisce non poco.

Dopo anni passati con l’incarico di Chef de partie, proprio al fine di acquisire risorse da investire nell’azienda, in alcuni Hotel 5 stelle tra Roma e St. Moritz, Riccardo Del Frate riesce a tornare nella natia Lanuvio. Nel tempo, alla vigna di Famiglia aggiunge, riacquistatoli, altri appezzamenti di terreno con viti e ulivi già appartenuti al Bisnonno; realizzando così un sogno che l’ha visto protagonista sin da bambino. È cosciente che gli ettari vitati, che gestisce, sono solo un prestito dello splendido Figlio.

Avevo già provato il Vallefiara 2017 dell’Azienda Agricola Di Marzio. Il gagliardo vino porta in se questo splendido Territorio e degustandolo mi sembra di passeggiare nelle vigne sottostanti e prossime a Campoleone. Il vino colpisce per la sua carica minerale, accompagnata da gradevoli note di frutta dolce gialla e matura e fiori di campo. Si dimostra il compagno perfetto per la preparazione basata sull’ostrica La Gauloise, quest’ultima dotata di carnosa polpa sapida e dolce.

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Più recentemente ho degustato il Vallefiara 2018, composto di Malvasia bianca di Candia al 70% e di Trebbiano Toscano per il restante 30%, un vino che è cresciuto ancor più in eleganza e promette complessità, se si sarà capaci di conservarne qualche bottiglia nel tempo. Oggi esso è caratterizzato principalmente da note di agrumi e minerali.

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Ora è finalmente giunto il tempo per il primo assaggio del Trebbiano Toscano 2019. Metella, così è stato nominato il vino, viene da una particella di 5000 mtq che si trova proprio a ridosso della collina di Lanuvio. Il vigneto è posto proprio sotto il paese e da esso si gode un panorama che abbraccia il litorale Romano, prosegue su quello Pontino, fino al promontorio del Circeo, ed è difeso alle spalle dai Monti Lepini. Questa vigna è l’unica che è gestita ininterrottamente dalla famiglia già dai tempi del bisnonno del padre di Riccardo.

Il pensiero che lì hanno vendemmiato tutte le generazioni dei suoi avi, dona al Vignaiolo una forza inimmaginabile.

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I filari sono orientati verso il mare e, avendo l’appezzamento, una posizione rialzata, beneficiano dei venti cangianti mare/terra e delle relative escursioni termiche giornaliere.

Questo piccolo vigneto è quello che più rappresenta l’idea di Riccardo nel fare viticoltura. Qui la vigna vive a stretto contatto con tantissimi tipi di piante; infatti, è circondata per tre quarti da un bosco di laurus nobilis, nel quale, al proprio interno dimorano alberi di ciliegie, noci, nocciole e dalle rocce sgorga anche una sorgente d’acqua.

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In questo vigneto, che è uno dei più alti nel comune di Lanuvio, regna la biodiversità e Riccardo, molto opportunamente, l’accompagna, rispettando così la natura e i suoi cicli.

Ci sono voluti anni, innumerevoli prove, tanto studio e sperimentazione e, anche grazie all’aiuto del serio, preciso e professionale Cantiniere Stefano Pinci, è finalmente nato il Trebbiano in purezza.

Le innumerevoli prove, durate negli anni, proprio per testare le potenzialità del Trebbiano, sono altresì servite a fare esperienza di come si comportava il vitigno nelle diverse stagioni. Si è ritenuto così che la 2019 sarebbe stata quella giusta per uscire sul mercato nella maniera migliore possibile. Una preparazione maniacale che conferma la dedizione al ben fare di Riccardo del Frate e della sua giusta interpretazione del mestiere di Vignaiolo, nel quale bisogna avere molta pazienza e assecondare la natura.

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Le uve sono state raccolte il 9 ottobre, in giusta controtendenza con quello che si fa oggi (si tende ad anticipare), proprio per dare la possibilità, invece, al frutto di essere perfettamente maturo e croccante al punto giusto. In cantina è stata eseguita una pressatura molto soffice delle uve, prendendo solo la parte migliore del succo, facendo quindi una fermentazione e conservazione a temperatura controllata, con successivi travasi e imbottigliamento.

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Infatti, l’uva è l’attore principale per Riccardo, che da sempre da poca importanza al marketing, giustamente convinto che essa sia la base per fare un vino di alta qualità.

Il Trebbiano è un vino che ha di norma, di là da rare eccezioni, note aromatiche tenui e di solito è accompagnato da buona acidità.

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Questo Metella 2019 invece è un’orchestra di profumi che vanno dalla ginestra, agli agrumi, ai fiori e alla frutta che circondano la vigna, con l’aggiunta di note di miele di acacia. In bocca corrisponde al naso ed è piacevole la sapidità con caratteristiche leggermente pétillant, che danno struttura alla bevuta e fanno spia del terreno vulcanico, altresì attraversato dalle brezze del vicino mare.

Questo è quasi un assaggio di botte. Nel tempo la grande intensità gustativa, che ricorda molto quella dei migliori Trebbiano, con rimandi goduriosi ad alcuni Champagne, scemerà donandoci un vino ancora più elegante di adesso.

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Mi emoziona questa capacità di valorizzare un territorio e il suo suolo vulcanico, che aspettava solo mani così sapienti e rispettose per essere riqualificato. Infatti, questa è una bottiglia in cui è racchiuso il territorio di Lanuvio, il vitigno e il Vignaiolo che l’hanno creato. Complimenti a Riccardo del Frate, al padre, vero mentore e sua costante guida, alla Mamma e alla Moglie che collaborano con Lui.

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Fortunato il Figlio che ha prestato a Papà tutto questo Territorio!

Metella è un vino da abbinarsi anche a un fumante spaghetto alle alici di Anzio, proprio per rilevare, al meglio, la sua capacità di esaltare il mare, tramite l’elegante salinità e l’ampio e orchestrale spettro aromatico.

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Azienda Agricola Biologica Di Marzio

Via Monsignor Valerio Massaccesi 5 – 00040 Lanuvio RM

Tel. +393385462154 +393341917642

Web https://www.aziendaagricoladimarzio.it

La nuova vita della “Sala della Comitissa – Ristorante con Enoteca” e di “Lieviti 9|19 il Bistrot della Comitissa”, prossimamente a San Gemini. Foodwineadvisor

Abbiamo già scritto di come un problema possa essere affrontato in termini di opportunità, anche per far valere il proprio talento in ambito futuro. Questo periodo, che l’emergenza Coronavirus/Covid 19 ha reso così funesto ed immobile, dove il silenzio non viene rotto più dalle nostre consuete emozioni quotidiane, Edi Dottori e Maurizio Dante Filippi non si arrendono e programmano come meglio poter fare per raggiungere il loro risultato principe, che è la soddisfazione dei propri ospiti. Pur nell’incertezza nella quale ancora ci troviamo, eccoli comunque ben lieti di poter ufficialmente comunicare un’anteprima dei loro nuovi progetti.

Seppure ancora nell’insicurezza sulla data di ripresa delle attività, ci ha raggiunto la piacevole notizia del loro anticipo sulle prospettive che li vedranno impegnati in questo insolito 2020.

Edi e Maurizio saranno i registi di un affascinante ed entusiasmante progetto, che li vedrà condurre un nuovo tempo del loro ben fare, all’interno del grandioso palazzo settecentesco, già residenza dei Principi di Santa Croce, nel centro storico del borgo di San Gemini in provincia di Terni. Qui, un intero piano con duplice accesso da Piazza del Duomo e dal Viale Garibaldi, sarà dedicato alla ristorazione. In questo luogo intriso di storia, ci sarà la Sala della Comitissa, con la sua identità costruita nel tempo senza sfarzi né reboanti iniziative, a condurre una duplice ma univoca proposta di ristorazione.

Agli ospiti dell’elegante struttura ricettiva, che si comporrà di 32 camere, sarà dedicata una proposta da sviscerare in un’apposita sala ristorante dotata di 45 sedute, come da nuove norme, di giardino e di un terrazzo che sovrasta l’intera sala interna. Dal terrazzo si potrà godere, tramite una grande apertura, di un panorama mozzafiato e una vista incorniciata dal monte Terminillo, con gli appennini a farne da sfondo.

Le caratteristiche che hanno impersonato la Sala della Comitissa nella sua identità, saranno ancora sostenute e accresciute in una proposta gourmet, da destinare agli ospiti esterni (od interni) che potranno godere anche di una sala privé, di soli 20 coperti, sapientemente realizzata e di altri esclusivi tavoli (tre o quattro a dire il vero) all’interno di un’altra sala che sarà dedicata a mostre d’arte.

Non mancherà la possibilità di usufruire di uno splendido parco con alberi secolari e piscina oltre che area bar, dove poter organizzare delle occasioni di ristorazione e intrattenimenti all’aperto.

Saranno due laboratori di cucina – posti in aree diametralmente opposte dello stesso piano – quelli dove saranno create e sviluppate le accurate preparazioni e tutto quello che ha da sempre riguardato il mondo delle lievitazioni.

Nonostante il cambio di sede e il piccolo ampliamento, lo staff rimarrà fermamente quello di sempre. La chef Edi Dottori, anima pulsante e creativa della “Comitissa” dirigerà l’intera cucina insieme al suo aiuto Enrico Mencarino ed agli altri componenti delle Brigate di Sala e Cucina,

mentre Maurizio Dante Filippi, miglior sommelier AIS d’Italia 2016 e docente in materia di accoglienza e servizio, rimarrà alla direzione per occuparsi anche del ricevimento e del servizio; il quale continuerà ad essere “cucito” sulle singole occasioni ed aspettative per sottolineare l’assoluta sinergia tra le brigate di sala e di cucina.

Tutta la cantina, ormai comprendente esclusivi e introvabili vini, nella quale non mancheranno espressive novità, sarà trasferita con cura e posta in un dedicato spazio nei seminterrati del palazzo e nella proposta rimarrà l’ormai consolidata abitudine di poter godere di vini anche poco conosciuti e non così scontati, combinati ai piatti scelti seguendo, non necessariamente, una progressione sistematica degli abbinamenti.

Da rilevare, inoltre, che il trasferimento della Sala della Comitissa avrà anche il profondo significato di voler “continuare” a perseguire quella folle idea, nata da Edi e Maurizio ormai un decennio fa, di portare a tavola e all’ospite la massima espressione del rispetto, a partire dalla materia prima, che sarà ancora più territoriale,  per poi passare, attraverso le lavorazioni, ad essere presentata, in maniera adeguata, ad un ospite ben predisposto e condotto verso la percezione di un piacere, generato da così tante coccole, ospitalità e attenzioni; ancora più necessarie dopo un periodo in cui siamo stati così reclusi. Ben venga la concretezza e la fine dell’effimero!

Altrettanto non casuale lo slogan #unmomentodavivere, da molto tempo adottato, nel quale è chiaro l’intento che alla Sala della Comitissa si possa trascorrere una piacevole parentesi data dall’affidare una piccola porzione della propria esistenza in mani sapienti, ma soprattutto predisposte, affinché il risultato non sia una semplice esperienza di buona ristorazione, ma un vero momento da vivere della propria esistenza!

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Sapremo con adeguato anticipo i tempi della certa ripresa dell’attività e avremo cura di comunicarvelo tramite il nostro “blog” Foodwineadvisor. Non avendo adesso la possibilità di fotografare l’ingresso del ristorante con delle foto, ci permettiamo di allegare un bozzetto scaturito dalla matita di Maurizio, utile per rendere tangibile l’immaginazione di ciò che sarà e quindi … prepariamoci a entrare!

Tanti auguri a Edi Dottori – chef, a Maurizio Dante Filippi – sommelier e a tutta la loro Brigata.

Arrivederci a San Gemini (TR).

Come sarà il mondo della ristorazione dopo il Coronavirus? Le esperienze di Niko Romito, della famiglia Serva e di Mauro Rastelli. Foodwineadvisor

Durante il trascorrere della nostra vita, alcuni di noi si sono trovati a sostenere delle sfide che nell’immediato sembravano insormontabili.

Le problematiche e la poca capacità di gestire i propri limiti, generano stress. Comunque è proprio durante questa forte fase emotiva che alcune categorie riescono a dare il massimo di se. Mi riferisco agli atleti e immagino il saltatore con l’asta, che imponendosi su se stesso, allenandosi e dandosi la giusta strategia, è di volta in volta capace di innalzare quell’asticella orizzontale, che fino a qualche istante prima sembrava annientarlo. Così è anche il manager di alto livello, che dovrà ricorrere a tutta la sua capacità del fare, quando, incontrando nuove problematiche, riuscirà a scavalcarle, avendole altresì tramutate in nuove opportunità, per se e la sua azienda; allenandosi così, come fosse l’atleta di cui sopra, a vincere nuove sfide. Ci sono anche alcuni ammalati, capaci di reagire a mali importanti, usando coraggio ed estrema lucidità che li porta anche ad attraversare, ove necessario, le sale di rianimazione, uscendone consapevoli della bellezza della vita e dell’importanza di quei valori, che nell’ingranaggio delle quotidiane corse, si erano altresì smarriti.

Ora, questa corrente pandemia del Coronavirus/Covid-19 ci pone tutti davanti alle nostre fragilità. Chiaramente il primo obiettivo sarà di rimanere in salute nel migliore dei modi possibili, adottando, in aggiunta, tutte quelle pratiche, purtroppo disattese inizialmente, che ci potranno permettere di continuare a esistere e di avere le gioie della vita. Le attività economiche ora sono in sofferenza nella maggioranza dei casi. Anche qui, un blocco repentino ed efficace, all’interno dei primi focolai, avrebbe contribuito a non far allagare il virus a macchia d’olio, viaggiando, quasi indisturbato, all’interno dei corpi umani in continuo movimento, usati come veicolo di diffusione. Tant’è, quindi non perdiamo tempo a piangere sul latte versato. Quello da fare oggi è usare questo tempo prezioso e sospeso per organizzarsi ed essere pronti, con la giusta strategia, per una, si spera, veloce ripartenza.

Tra tutti i comparti, quello che sta subendo una forte recessione e senza dubbio quello della ristorazione. Durante la prima fase di pandemia, alcuni ristoratori si sono chiesti se era il caso di continuare a tenere aperti gli esercizi. Prima ancora che a livello governativo si emanasse uno dei primi decreti, che non riducendo la possibilità di una vita in pubblico ne riduceva la distanza tra le persone a un metro, alcuni ristoratori si erano posti il problema di decidere se era il caso di tenere aperti i loro esercizi.

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Mauro Rastelli, fotografato davanti al mio tavolo in giardino, nell’atto di servirmi un vino, accompagnato dal produttore Francesco Mariani. Foto Andrea Salvatore Foodwineadvisor.

Cito, tanto per fare un esempio, Mauro Rastelli, proprietario de Il Capanno, ristorante posto in un bosco incontaminato fuori Spoleto, dove nella bella stagione si pranza sul prato all’ombra degli alberi. Inizialmente non ha rilevato meno presenze tra gli avventori nel suo ristorante. Poi nel giro di una settimana ha notato un calare delle presenze. Questo fatto l’ha portato a immaginare tutte le possibili prevenzioni da porre in atto, in cucina, in sala e nei bagni, al fine di salvaguardare, oltre al palato, la salute dei suoi clienti, quella propria e dello staff del ristorante. Riflettendo molto sulle procedure da adottare, ha considerato che nulla avrebbe potuto fare sulle infezioni crociate tra i clienti, soprattutto per quelli che sarebbero arrivati in gruppo, decidendo di chiudere in anticipo su ogni decreto, tutelando così anche i suoi cari che lavorano con lui. Alcuni ordini in corso sono stati temporaneamente bloccati e altri rimandati nel tempo, come quello che gli farà giungere, durante la prossima estate, tre favolosi castrati. I pagamenti verso i fornitori sono stati concordati in date leggermente posticipate, confidando anche in aiuti che dovranno necessariamente giungere verso il settore. Le preoccupazioni sono tante, ma Mauro continua a pensare positivo, anche se a volte ci sono delle situazioni che sono impegnative da gestire mentalmente.

La tanta forza, insieme alla capacità nel fare, al coraggio e alla sinergia familiare, concede la necessaria speranza verso una ripartenza dell’attività nel prossimo futuro.

In questo periodo sta prendendo piede il delivery delle pietanze dal ristorante verso casa dei clienti. Una necessità di sopravvivenza, che potrebbe, se ben gestita, prorogarsi parzialmente anche dopo la fine della pandemia. Questo pratica, di facile applicabilità per ristoranti metropolitani, purtroppo non lo è per quelli, come questo gestito da Mauro e quello, sempre remoto e in un luogo ameno, gestito dai fratelli Serva.

Andare a pranzo alla Trota di Rivodutri, per me è un vero piacere, sia per la qualità del cibo, sia per l’accoglienza di una famiglia che ti fa sentire nella sua casa, ma anche per quella passeggiata che prima di desinare mi porta sul ponticello del torrente ad ammirare questo monumento della natura, inserito nelle Sorgenti di Santa Susanna.

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Sandro Serva. Sullo sfondo Maurizio Serva. Foto Andrea Salvatore Foodwineadvisor.

Proprio la famiglia Serva (Maurizio, Sandro, Amedeo e Michele), che chiamo telefonicamente, mi racconta che la disgrazia del fermo gli ha fatto riscoprire i vecchi valori che sono gli affetti familiari, la possibilità di avere un tempo, finalmente dilatato, per provare nuovi piatti e non ultimo la necessità di interpretare, con i ritrovati e fondamentali valori, la revisione di una cucina che sarà diversa e che dovrà tener conto, ancora di più, dopo questo momento di buio, della propria tradizione/essenza/etica/competenza, e sarà ancora più ambita da tutta la clientela. Bisognerà, quindi, studiare molto al fine di dare maggiore spazio ai prodotti, ai pesci di acqua dolce, a quelle erbe di sorgente, e non solo, per immergersi nuovamente nella confortevole e ritrovata pancia di Mamma Natura. Anche i clienti potrebbero essere ospitati, nella bella stagione, in situazioni all’aperto e in un ambiente di sogno, magari proprio sulle amene, belle e copiose sorgenti. Sarà una cucina consapevole che guarderà l’essenza e non più mode e convenzioni e che cambierà il suo modo di essere, riscoprendo le nostre vere tradizioni. Vincere il virus, sarà come vincere una guerra e chi sopravvivrà, sarà più consapevole e più propenso ad apprezzare i veri e ritrovati valori. Nulla sarà più come prima. Saremo meno virtuali e meno superficiali.

In effetti, ci vorrà del tempo, prima che i cambiamenti saranno chiaramente percepibili. Le risposte che si vedono in questi giorni, assomigliano più a danze contro la pioggia, che capacità e voglia di sconfiggere il nemico. Mi spiego meglio. In guerra chi si sognerebbe di cantare, suonare e ballare sui balconi? Ebbene, alcuni di noi lo stanno facendo. Personalmente non m’interessa se lo fanno per esibizionismo o per una risposta emotiva verso la paura. Così come non sono risolutive le azioni di portare del cibo nei pronto soccorso. Anche qui qualcuno lo fa nella concreta speranza di fare del bene e di dare un segno di conforto e gratitudine a chi sta lottando come un leone, in prima linea, contro il virus. Altri magari pensano e si muovono affinché la solidarietà vada incanalata in ambiti più produttivi con delle donazioni mirate ed esenti da celebrazioni narcisistiche. Questa che sembra una divagazione sul tema è invece una successiva necessità di analisi che ci dovrà indurre al cambiamento, proprio per far riemergere quei valori forti e fondanti che ci permetteranno, se opportunamente alimentati dalla necessaria strategia, relativi supporti economici, visione e coesione di gruppo, di vincere questa guerra contro un nemico invisibile ma potentissimo.

Non sarà più tempo per esibizionistici show cooking, anche se ora quelli che si vedono sui social, hanno la bontà di mantenere interessato un pubblico, agli “arresti domiciliari”, che potrebbe, in un periodo così lungo di astinenza verso la buona ristorazione, dimenticare alcuni dei talenti della cucina. Più di questo, serve, come scritto in precedenza, la capacità di usare il tempo sospeso per reinventarci; perché la sopravvivenza nel periodo non è facile, ma la ripartenza non sarà da meno. Quali strutture saranno aperte? Quali chiuderanno? Totò diceva che la morte è una livella e, purtroppo, il Coronavirus ne è la moderna interpretazione.

Il cambiamento sarà importante e alcuni esercizi, se, non opportunamente cambiati, negli spazi, nei costi, nei piani industriali, ma soprattutto, nell’essenza del nuovo e ritrovato divenire, non sopravvivranno.

Bisognerà stare molto attenti a come si muoveranno, oltre ai fratelli Serva, altri geni e imprenditori della ristorazione.

C’è molto da imparare, in termini di attenzione e visibilità non urlata, da quel genio di Niko Romito. I suoi scritti, a mano libera su cartone d’imballaggio, passeranno alla storia del visual marketing. “Non so cucinare a casa”, “Io non metto le uova nel polpettone”, “Le alici le friggo surgelate”, sono alcuni esempi di come analizzare i problemi in un’ottica, laterale o superiore, e comunque diversa, se li vogliamo risolvere in opportunità e vivere in una dimensione diversa. D’altronde, lo Chef, andando più sul pratico scrive: “Castel di Sangro, Milano, Roma, Rivisondoli. L’Italia tutta è messa a dura prova. Sono un cuoco e un imprenditore e come tale devo rendere profittevole la mia impresa ma sento prioritario il dovere di tutelare la salute di chi lavora da sempre al mio fianco e quella dei miei clienti, perseguendo con coerenza i principi di responsabilità sociale che ci guidano. Ho preso la decisione difficile di sospendere da oggi tutte le nostre attività per proteggerne il futuro: Spazio Milano, Spazio Roma, l’Accademia di Formazione, Alt, il Laboratorio Pane a Castel di Sangro e anche il Reale e Casadonna. La collettività siamo noi, restiamo a casa per un po’, diamo il tempo ai medici di curare i malati e dimettere i guariti, tornare presto alla normalità dipende solo da ciascuno di noi. Tutti dobbiamo essere uniti sotto la nostra bandiera, perché l’Italia si rialzi e dimostri al mondo la sua inesauribile forza e il suo valore”.

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Il genio Niko Romito, qui fotografato insieme a due talenti: Roy Caceres e Simone Nardoni. Foto Andrea Salvatore Foodwineadvisor.

L’imprenditore Niko andrà seguito per capire come organizzerà nuovamente il suo impero, fatto di ristoranti, scuola, collaborazioni e albergo, al fine di prendere spunto ed esempio nella ripartenza. Bisognerà essere uniti per non lasciare indietro nessuno e per sfruttare al meglio la scia dei geni pensanti come lui, capaci di saltare gli ostacoli e di usarli come aste per raggiungere nuovi sviluppi e obiettivi.

Le migliori risposte saranno da cercare comunque al nostro interno e saranno costituite di quei ritrovati valori che, nel continuare a usare l’esempio di Niko, ci permetteranno di vedere, così come lui, il Prugnolo Spinosa, un arbusto spontaneo che caratterizza il suo territorio, con occhi nuovi: “Bisogna vivere tante esperienze. Tanti luoghi per ritrovare a casa cose che la consuetudine a volte non ci permette di vedere.” Infatti, quando gli ippocastani s’imbiancano di fiori, nel loro piccolo, simili ad alberi di Natale, per me, il piacere di pranzare al Reale, si innalza dell’impareggiabile visione e del messaggio della ripartenza della natura.

Una riflessione, quella dello chef imprenditore, che ci riporta ai valori veri, verso l’essenza e la natura delle cose.

Questi giorni di quarantena ci hanno riportati agli affetti, quelli veri e alla voglia e capacità del nostro fare.

La ristorazione dovrà tenere conto di questi valori, che opportunamente supportati, potranno traghettarla verso un futuro più concreto e una sicura rinascita, dopo il fermo e gli innumerevoli correttivi economici e strategici necessari alla riapertura.

Anche i clienti avranno bisogno di immergersi in esperienze vere, dove il cibo esprimerà il territorio, così come la stare seduti in ambiti autentici e naturali che lo amplificheranno, insieme ai vini artigianali e del luogo che amplificheranno l’emozione del ritrovato desinare. Situazioni modaiole, chiassose, affollate e quelle di un vino scelto perché tutti ne parlano, accompagnato da due fette di qualcosa, non ci apparterranno più. Chi sarà veloce nel cambiamento, sopravvivrà, altrimenti, sarà destinato a scomparire. Torneranno le trattorie ma quelle vere, dove la calda e autentica accoglienza, sostituirà lo struscio affollato, e il relativo mettersi in finestra, ma alienante di alcune attuali situazioni; così come la ritrovata abbondanza e bontà delle porzioni, ci riporterà alla cucina dell’infanzia.

Il mondo, quindi, non sarà più lo stesso dopo il Coronavirus. La consapevolezza di guerreggiare contro un nemico subdolo ci aiuterà a trovare la migliore strada per salvaguardare la salute e il business.

Comunque, come la precedente generazione uscì migliorata dalla seconda guerra mondiale, così la nostra, stimolata dalla necessità di superare la problematica Covid-19, metterà in atto tutte le necessarie pratiche, supportandole con la tenacia, l’intelligenza, la giusta strategia e le altre innumerevoli virtù necessarie a vincere l’odierna guerra. Uniti si vincerà e la ripartenza è dietro l’angolo!

Il Coronavirus, da problema a opportunità di business. L’esperienza di Fabrizio Silvestri, Circuito da Lavoro. Foodwineadvisor

Tutti noi, a livello personale abbiamo affrontato problematiche durante la nostra vita. Assecondando l’educazione ricevuta, o meglio, facendo tesoro, dei trascorsi vissuti, abbiamo, chi più chi meno, sviluppato la capacità di risolvere gli inciampi, durante il nostro costante cammino.

Chi, per merito e fortuna, ha avuto la possibilità di ricoprire posizioni di alto management, ha altresì sviluppato la capacità di vivere i problemi come una sfida positiva e, quindi, come una successiva opportunità per dimostrare le proprie capacità di soluzione.  Questa è la caratteristica dei veri Leader, e non dei capi, cioè di chi sa motivare costantemente i propri team, coinvolgendosi con essi, al fine di raggiungere traguardi sempre più ambiziosi, rinsaldando al tempo stesso lo spirito dei gruppi e l’appartenenza agli stessi. Questi sono skills di una continua crescita che, di là della base solidale, è capace di generare positività e continuo sviluppo.

La pandemia odierna ha coinvolto i destini di noi tutti, generando proteste e azioni di ogni tipo da parte dei singoli e in qualche caso, di categoria, per la tutela e messa in garanzia delle proprie attività. Ho visto richieste di aiuto economico, che arriveranno aumentando, di conseguenza, il nostro debito pubblico, e anche azioni di supporto, verso chi ci sta aiutando a livello sanitario per sconfiggere il nuovo nemico invisibile. Anche in quest’ultimo esempio ci sono state generosità coordinate e anonime, insieme ad altre più urlate, con tanto di selfie celebrativo in primo piano.

La domanda, che mi pongo da giorni, è se riusciremo, e in che misura, a superare l’odierno problema sanitario ed economico. Per farlo con successo, bisognerà che lo stesso sia vissuto, come scritto in precedenza, come un’opportunità.

Credo che sia utile che si vada a fare lo scouting di quei Talenti che abbiano le necessarie doti vincenti, portando le loro azioni a conoscenza di tutti. Le loro soluzioni potranno diventare degli esempi da utilizzare anche fuori dall’ambiente enogastronomico, al fine di giungere a risultati di successo per le altre attività produttive e/o di servizio.

Il mio primo pensiero è andato a un Professionista che fabbrica divise da lavoro per la ristorazione e non solo. Certamente, in un momento come questo, non sarà facile la vita per Fabrizio Silvestri di Circuito da Lavoro, quindi chi meglio di Lui mi potrà far capire questo momento di crisi particolare.

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Fabrizio Silvestri, qui ritratto con la stilista Laura Bottomei. Foto per gentile concessione di Circuito da Lavoro.

Decido di chiamarlo al telefono, anche perché la sua Azienda è posta in quel di San Cesareo (Roma) e, quindi, i recenti decreti governativi m’impediscono di raggiungerlo.

– Buongiorno Fabrizio, come va o vuoi la domanda di riserva?

– Caro Andrea, ti ringrazio per avermi pensato, sono sul campo per l’emergenza Covid19, sto lavorando ma in questo momento storico non è facile anche per chi lavora.

– Mi spieghi perché e come stai gestendo la tua azienda in questo periodo?

– Certamente. Innanzi tutto non mi sono fatto prendere dal panico. Anzi ho dovuto confortare il personale che era molto preoccupato per il futuro lavorativo. Ho detto alle maestranze di prendere questo periodo di pausa per esperire tutte quelle pratiche che nelle normali, e purtroppo urgenti modus operandi, difficilmente erano esaudite con estrema precisione, rispettando le giuste e particolari procedure. Poi ho aggiunto di usare questo tempo sospeso per fare continui brainstorming su come implementare la nostra operatività e su come, magari proiettarci su nuove e diverse attività. “Lavorare oggi vuol dire combattere contro le limitazioni: fornitori che chiudono, spedizioni a rilento, materia prima in esaurimento, personale emotivamente provato che molla, clienti disperati al telefono senza orari”.

– Con la tua esperienza e i trascorsi Bocconiani, non hai tirato ancora nulla fuori dal cappello? Non ci credo!

– In effetti, sì. Il fermo dell’azienda è avvenuto in un momento in cui, la nostra sanità e non solo, aveva bisogno di mascherine anti-contagio e di tanto altro. Facendo da anni divise da lavoro, mi sono chiesto come potevo essere di aiuto in questo momento di difficoltà, non riuscivo a pensare di fermarmi e non trovare il modo di sentirmi utile. Dopo un approfondito studio, ottenendo le necessarie autorizzazioni, che si sono unite alla nostra certificazione Made in Italy, ho prodotto mascherine con tessuti utilizzati per l’abbigliamento Sanitario, riuscendo a realizzarne un importante quantitativo che ho donato a delle strutture. Da qui, il pensiero e la capacità di continuarlo a fare per mantenere viva la mia azienda e provvedere alle diverse richieste, non lo definirei un business ma un’esigenza del momento, tutti ne hanno bisogno per l’utilizzo quotidiano: enti; aziende che lavorano e tutta la popolazione.  Oggi sono già in grado di produrre mascherine chirurgiche in numeri importanti, onde aiutare a colmare, almeno in parte, l’enorme richiesta. Abbiamo coinvolto aziende di produzione, aiutandole a convertire il loro lavoro e a supportarci per una giusta causa “tornare tutti alla nostra vita”! Siamo controllati in tutta la filiera di lavorazione e la gente non è informata, anzi devo dire che c’è molta confusione facciamo consulenza telefonica e diamo spiegazioni come se fossimo il Ministero dell’Interno. La nostra speranza e che i clienti capiscano e apprezzino che stiamo lavorando e producendo mascherine è perché ci è stato chiesto di farlo e di continuare a farlo.

– Questo tuo risultato mi riempie di gioia e immagino che i tuoi dipendenti si sentano comunque un poco più sicuri sul loro futuro. I miei complimenti vanno a voi tutti per avere gestito una situazione nuova, non come un problema, ma come un’opportunità per fare del bene e dimostrare la vostra valenza di risoluzione. Sono certo che la tua visione dall’alto della situazione abbia, non poco, dato soluzione anche nell’avversità, facendola diventare un’opportunità. Dimmi, ti stai muovendo anche in altri ambiti, magari sinergici sul tuo bellissimo territorio.

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Fabrizio Silvestri, qui ritratto con alcuni Talenti del gruppo Castelli Romani Food & Wine. Foto di Andrea Salvatore, Foodwineadvisor.

– Certo che sì, Andrea. Tu conosci bene il gruppo Castelli Romani Food & Wine, anche perché ne hai promosso la nascita, proprio per poter dare un spinta verso l’alto in una zona meritevole di successo e rilevanza enogastronomica, ma vissuta sempre da un turismo “fuoriporta” e attento solo al basso costo. La mia partecipazione, all’interno del gruppo, è nell’ambito di trasferire la mia esperienza imprenditoriale proprio per ottenere quei necessari upper scaling, capaci d’innalzare il livello di proposta dei Talenti che popolano questo territorio. L’alto livello delle divise di lavoro sono solo una partenza, alla quale sto cercando di aggiungere, e qui spero mi aiuterai, le necessarie dritte di gestione aziendale e le opportune diversificazioni, utili a ottenere nuovi successi. Ho letto il tuo recente articolo sul delivery. Devi sapere che, da qualche tempo, sto insistendo affinché, di questa necessità, gli chef Castellani ne facciano una scelta di sopravvivenza, nell’oggi e quindi una successiva diversificazione per il domani. In questo caso la vicinanza, in termini di mercato, della Città Metropolitana di Roma potrebbe, non poco, aiutare.

– Benissimo Fabrizio, trovo il tuo buon operare meritevole di un mio articolo e se mi autorizzi, lo pubblico.

– Andrea, penso sia opportuno pubblicarlo anche nella speranza di infondere più fiducia in quelli, che un in periodo così difficile, potrebbero smarrire la strada.

– Grazie Fabrizio, spero che la tua esperienza sia foriera di sinergie necessarie a sconfiggere una pandemia che, affrontata in solitudine, altrimenti ci porterebbe al fallimento. Si vince uniti e puntando a un obiettivo condiviso, magari diventando anche cittadini più consapevoli.

Circuito da Lavoro

Via Della Produzione 3,

00030 San Cesareo

Aperti Lunedì – Venerdì, 09:00 – 18:00

Tel. +39 06 86920499

Mob.  +39 392 9461856

Mail info@circuitodalavoro.it

Web https://www.circuitodalavoro.it

 

 

 

 

Il Business enogastronomico al tempo del Coronavirus. Foodwineadvisor

Il popolo Italiano è uno dei pochi al mondo che, da qualche generazione, ha la fortuna di vivere in democrazia e fuori da conflitti bellici.

I nostri avi, quelli sopravvissuti all’ultima guerra, e che ebbero la capacità di uscirne con quella grande voglia del fare e che li ha contraddistinti nel mondo, rimangono un riferimento al quale bisogna sempre tornare. Come non ricordare il boom economico e la capacità delle nostre maestranze nell’opera di ricostruzione e nell’edificazione di quella che al tempo era chiamata Autostrada del Sole, costruita in tempi brevissimi almeno fino a Napoli.

Poi il benessere ci ha cambiato e condizionato, generando, di conseguenza, una classe politica meno preparata della precedente. In anni più recenti, le politiche economiche mondiali, ormai diventate speculative, non hanno di certo avvantaggiato la genuina artigianalità di un popolo figlio d’inarrivabili Artisti del passato. Le certezze del fare sono state annullate dalle incertezze virtuali. Quest’ultime ci hanno assorbito tutti in una sorta di bolla evasiva e fuori dalla realtà.

La conclusione è che non siamo più in grado di vivere una vita reale e tendiamo a oziare dolcemente nella culla dei social, anche, e purtroppo, in presenza di amici reali. Siamo diventati bravissimi nella dimensione astratta, ma vere pippe in quella reale.

Così quando un problema, come la pandemia del Coronavirus, è apparso, non solo non siamo stati in grado di capirne la sua pericolosità, ma neanche siamo stati capaci di emarginarlo.

Abbiamo forse smarrito la strada? Che cosa fanno i veri Leader che sono tra noi e purtroppo non necessariamente ai nostri vertici nazionali? Alcuni di loro, in effetti, hanno scritto indicando come si doveva, e con assoluta determinazione, isolare ed estinguere con estrema decisione i primi focolai, ma nessuno gli ha dato ascolto. Magari, forse, perché in questo nostro bellissimo paese, vince la politica e la conta del consenso, dell’eterna campagna elettorale e nessuno si prende la briga di risolvere i problemi sul nascere, magari rischiando di essere impopolare, proprio perché s’impegna nel salvare la salute dei propri concittadini?

Il risultato è che di decreto in decreto, abbiamo dato tempo e possibilità al virus, grazie anche a schiere d’inconsapevoli e irresponsabili cittadini, di diffondersi nel nostro paese.

Anche nel settore eno-gastronomico, almeno inizialmente c’è stato un comprensibile sollevamento di scudi per non chiudere le proprie attività, magari cercando di acchiappare un uovo oggi, pur di non avere una gallina domani. Certamente il rischio d’impresa non prevedeva questa calamità. Comunque dopo una giusta riflessione, anche sulla difesa della propria salute e di quella dei clienti, vero asset di ogni futuro, per intenderci la gallina di cui sopra, si è deciso di chiudere gli esercizi e in anticipo, in buona parte, su quanto poi fatto dal nostro governo. Chiaramente c’è stata una richiesta di aiuti per mantenere in vita le rispettive aziende. Soldi che di sicuro arriveranno ma che saranno a debito. Forse lasceremo i “buffi” anche ai nostri figli e nipoti, perché il denaro che arriverà bisognerà restituirlo; quindi, per evitare ciò, dovranno essere attuate tutte le strategie d’impresa efficaci nel riportare in positivo le relative aziende, in tempi stretti.

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Alcuni, più illuminati, o magari abituati a esperienze manageriali di alto profilo, hanno iniziato a vivere il problema, nonostante l’evidenza economica e il forte stress emotivo, come un’opportunità o, in altre parole, una sfida per gettare il cuore oltre la siepe. Certo è interessante notare che ai piani alti si ordinano chiusure e s’impone, giustamente alle persone, di rimanere a casa per non diventare veicolo di trasmissione del virus, senza creare una conseguente ingegneria logistica, necessaria a far giungere i prodotti di necessità nelle case. Comunque il problema è diventato opportunità per quegli imprenditori capaci di inventarsi nuove soluzioni.

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Tanto per fare alcuni esempi a me vicini, basta pensare alla riconversione in termini di delivery di alcuni ristoranti e di produttori e distributori del vino, che potranno in parte aiutare le loro economie e ancora più la salute dei loro clienti, dandogli maggiore opportunità di rimanere nel rifugio sicuro delle proprie case.

Altri imprenditori hanno riconvertito la loro produzione in termini di prodotti essenziali, introvabili, e che dovranno essere distribuiti in tempi rapidi, come per esempio i respiratori e le mascherine. Queste le vedo come un inizio di risposte dal basso, capace di riportare indietro, nel tempo, la nostra capacità del fare, insieme al nostro coraggio e creatività di trovare le giuste opportunità, proprio nei tempi e nei luoghi dove altri non le vedono. A tal proposito, in qualche azienda si chiede al personale, di usare questo “tempo improduttivo” proprio nel cercare sentieri alternativi per future capacità di business, invisibili quando si era “parti di un ingranaggio di una macchina continuamente in corsa”.

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Nei prossimi articoli andrò nel dettaglio dei nomi e descriverò la capacità dei nostri indomiti Talenti nel reiventare le proprie aziende produttive, i propri ristoranti e il proprio ruolo di chef.

Nell’immediato, grazie a un’iniziativa illuminata, e al supporto di alcuni food blogger Romani, chi abita la Capitale e relativa Città Metropolitana, potrà trovare alcune soluzioni di approvvigionamento qui: https://www.deliveryroma.it

Buona lettura. Intanto rimanete il più possibile in casa, impegnandovi così a rimanere in salute.