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Un grande vino italiano: il Fiano di Avellino.

13 settembre 2012

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Oggi ho avuto modo di riguardare alcuni miei appunti di degustazione ed ho deciso di raccontare alcune esperienze che mi sono rimaste in memoria in una maniera più netta rispetto alle altre, a volte per il livello dei vini presentati, a volte per la professionale conduzione dell’evento o magari per la location.

La prima che vado a raccontare è la degustazione del Fiano di Avellino con i suoi territori che si è tenuta a Roma presso l’Hotel Excel lo scorso 10 maggio presenziata da Luciano Pignataro, Paolo Mazzola, Andrea Petrini, Fabio Turchetti, Franco Fancoli, Lidia Puccio e Francesca Rocchi.

Non ricordo l’ordine di uscita dei vini, ma le loro caratteristiche sì, quindi quello che segue è solo ciò che è rimasto nella mia memoria dopo mesi.

I vini erano tutti molto giovani per essere dei Fiano, annata 2010, ad eccezione di Marsella che ha presentato l’annata 2008.

Iniziando con il territorio di Lapio ricordo il buon Fiano di Clelia Romano che odorava di profumi fruttati, soprattutto pera; al gusto era inizialmente dolce e morbido e chiudeva con un piacevole finale minerale leggermente amaro.

Dello stesso territorio, buono anche Rocca del Principe, che presentava profumi eleganti ed eterei, su un corpo non invadente e una buona spalla acida con sapore dolce e minerale.

Passando a Montefredane eccoci ad Aiaperti (Vadiaperti). Inizialmente era un poco chiuso, ma con il tempo sviluppava note eleganti. Gusto minerale con acidità che faceva presagire lunga vita ed evoluzione.

Pietracupa, sempre del Territorio di Montefredane, partiva lieve al naso per poi sviluppare alcool e lievito di pane, su un corpo asciutto, caldo, alcoolico e dolce-amaro.

Con Ciro Picariello siamo entrati nel territorio di Summonte. Un Fiano dall’ottimo olfatto con presenza di muschio, erba, minerale, fumé. Al gusto si riconoscono la nocciola e l’elegante nota affumicata.

Con Marsella rimaniamo sempre a Summonte. Vino minerale con note di colatura di alici, susina, crosta di pane; al gusto tornano le sensazioni affumicate e mature. La maturità di un Fiano del 2008 si è fatta piacevolmente sentire.

Passando a Cesinali, zona che produce vini Fiano con decisa nota affumicata di nocciola, abbiamo degustato Pietramara dal profumo languido e fruttato e dal corpo fresco, e 928 di Luigi Sarno, vino  molto diretto al naso e dal lungo gusto. Il giovane produttore, il solo presente alla manifestazione, ha illustrato molto bene il suo territorio.

Bella manifestazione ed ottimi vini che hanno consolidato una mia convinzione: il Fiano di Avellino è un grande vino italiano e questi viticultori artigiani andrebbero adeguatamente supportati, non solo per far conoscere meglio i loro prodotti  a livello globale, ma anche come esempio di un’artigianalità tutta italiana che produce splendidi prodotti e tanta cultura del territorio. Avete mai provato a chiudere gli occhi bevendo questi Fiano? Cosa vedete, cosa sentite?

Io percepisco cultura artigianale contadina e territorio,  sbaglio?

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