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La Foresta, Le Macchie e i vini delle Colline Reatine.

19 maggio 2017

Oggi sono diretto verso la Valle Santa, resa famosa da San Francesco.

Questa volta la meta finale non è il Ristorante La Trota dei Fratelli Serva, bensì la Cantina Le Macchie e il Ristorante La Foresta. M’inerpico sulla strada che sale sulla montagna e che conduce a uno dei luoghi del Cammino di San Francesco. Sono vicino al Santuario di Santa Maria della Foresta, dove si racconta sia avvenuto il miracolo dell’uva e la composizione del Cantico delle Creature. Non ho neanche il tempo di parcheggiare, davanti al Ristorante, che sono calorosamente accolto da Antonio di Carlo, manager del vino e del cibo, ben conosciuto ai più per essere uno degli organizzatori del Giro d’Italia. Un evento eno-gastronomico che richiama, ogni anno a Rieti, folle di appassionati. Giusto il tempo dei saluti e siamo in zona Castelfranco.

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Ammiriamo la vecchia vigna degli anni 70 e alcuni nuovi impianti. Nonostante il perdurare del freddo, apportatore di danni ovunque, qui è in atto un vero risveglio della natura, soprattutto da parte delle vecchie vigne che sembra siano state risparmiate.

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La conferma mi è data dai nuovi germogli e le neonate bacche. Non penso si tratti di un nuovo miracolo dell’uva di Franceschiana memoria, bensì, nonostante la temperatura sia andata sotto lo zero termico, il vitigno dovrebbe essersi salvato in virtù del suo acclimatamento, dell’apporto dei costanti venti che lo attraversano, dalla buona distanza da terra, dall’inversione termica e da quant’altro ha fatto sì che non si siano prodotti danni. Così purtroppo non è stato per alcuni giovani impianti collocati solo 40 metri più in basso, in una zona meno esposta ai venti e più umida. Comunque qui la Conca Reatina, una vera fornace in estate, insieme al Monte Terminillo, genera venti ad ogni ora del giorno e questo terreno, così carico di minerale, mi stanno creando l’aspettativa di degustare vini freschi dotati di sapidità.

Ci dirigiamo verso la cantina, dove sono poste anche le altre vigne, non prima di fare una sosta sul nostro cammino, presso un campo di fave, dove è posta una vite di 150 anni di Cesanese Nero che è la madre di tutte le viti aziendali dell’omonimo vitigno.

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Conosciuto anche come Cesanese di Castelfranco, il vino che si ottiene dai cloni è molto interessante per la sua struttura dotata di equilibrio e tannini rotondi.

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Percorrendo il lungo viale che conduce alla cantina, rimango incantato dal paesaggio “Alpino” alla mia destra, tenuto in questo stato ottimale da alcune bellissime capre. Sulla sinistra c’è un pendio ripidissimo, dove trovano alloggio alcune vigne e noto degli operai che stanno tagliando, con dei decespugliatori, l’erba in prossimità delle viti.

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Proprio di fianco all’ingresso della cantina inizia un bosco recintato, dove vivono allo stato brado alcuni maiali di Nero Appennino. La cantina, seppur non estesa, utilizza le nuove tecnologie. Fanno bella mostra di se i silos di acciaio che permettono di gestire con precisione le temperature nelle varie fasi lavorative. L’aggiunta di azoto nella conservazione permette di limitare al minimo le pratiche di cantina e il risultato si avverte subito negli assaggi di “vasca”, tutti dotati di grande pulizia e riconoscibilità dei vitigni. Trovo particolarmente ben riusciti sia gli autoctoni a bacca rossa (Cesanese, Sangiovese e Montepulciano) sia quelli a bacca bianca ( Trebbiano e Malvasia). Si sono adattati altrettanto bene al territorio i vitigni alloctoni che sono il Riesling Renano e il Gewürztraminer.

Decidiamo di testare anche gli abbinamenti con il cibo, recandoci così presso il Ristorante La Foresta.

Il benvenuto non poteva essere altro dal classico antipasto di salumi ma questa volta del Maiale Nero Appennino, lavorati da un Norcino locale. Tutti sono interessanti. Buonissima la carne. Andranno perfezionati riducendo il contenuto di sale o, magari, usandone uno del tipo “dolce”.

Molto fresco è il roast beef di Scottona con mela verde e salsa al porto. Qui la carne andava cotta meno ma immagino che il menù chilometrico del ristorante possa generare qualche leggera distrazione.

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È primaverile, fresca e altresì appetitosa questa fettuccina al “grano del Faraone” con crema di fave, spuma di pecorino vecchio stampo e tartare di manzo. È un vero contributo al territorio grazie al coinvolgimento del grano Saragolla, coltivato in terreni marginali di montagna, al formaggio e alle fave.

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Sono intensi i ravioli al maiale nero aziendale cucinati con accompagnamento di ottimi e croccanti funghi cardoncelli e crema di spinaci.

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È un richiamo a Madre Terra, l’agnello in crosta di mandorle con riduzione di cesanese nero. Nonostante la panatura sia leggermente intrisa d’olio, rimane un gran piatto.

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È molto centrato il dolce finale a base di lamponi, ulteriormente alleggerito dalle zeste di agrumi. Si dovrebbe sempre finire un pasto così complesso con un dessert, come questo, che donando freschezza, con la sua acidità essenziale, è altresì in grado che contenere pochi zuccheri.

Molto opportunamente a ogni pietanza è stato abbinato un vino. La prima riflessione è che tutti i vini degustati sono dotati di fine eleganza e facile bevibilità, dimostrandosi così dei compagni ideali nell’affrontare un pasto.

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Conubium, la Malvasia del Lazio, colpisce per i suoi profumi eleganti che richiamano i fiori bianchi, gli agrumi e le erbe aromatiche del vicino bosco. È una scelta ideale per iniziare un pasto e, perché no, anche per un aperitivo con gli amici. Qui il vigneto di circa 50 anni ci ha messo del suo, insieme al territorio, per aiutare a realizzare un vino così piacevolmente bevibile.

La profonda conoscenza dei vitigni (Sangiovese e Montepulciano), la capacità di esaltarli con l’opportuna vinificazione in rosato hanno reso possibile Il Bandolo della Matassa. Un vino di rara finezza che integra la struttura del Sangiovese e l’eleganza del Montepulciano d’altura. Al naso ricorda i frutti rossi della vicina macchia. Da provare su antipasti.

Mi aveva già colpito tempo fa al primo assaggio il vino bianco Scarpe Toste. Un Gewütraminer che oggi si conferma già al naso con il suo elegante bouquet di fiori, erbe e spezie. Per nulla esuberante anche al palato dove la fine sapidità e l’asciuttezza sembrano esaltare l’eleganza di una beva che persiste a lungo. Un vino che trova il suo abbinamento d’elezione con la cucina Orientale e fusion. Personalmente, vista la particolare finezza ed elegante mineralità, lo proverei con ostriche di gran valore.

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Il Riesling, proviene dallo stesso appezzamento, posto vicino alla cantina, dove cresce anche lo Scarpe Toste. Quello che colpisce di questo vino è l’eleganza quasi sussurrata delle note d’idrocarburo che, insieme a quelle di pesca e di agrume, ne fanno un affidabile compagno di pasto. Penso trovi il suo massimo in abbinamento con le alici del Cantabrico ma anche fritte panate con una bella spolverata di sale sopra.

Con Le Feritoie penso si vogliano sperimentare nuove possibilità per la Malvasia del Lazio. In fase di fermentazione una parte è gestita in barrique per 15 giorni. L’affinamento poi prevede 8 mesi in legno. Il tempo e l’uso di legni sempre più esausti potrebbero contribuire a creare un altro elegante vino.

Il Cerqueto, Merlot del Lazio in purezza, è un vero figlio del bosco con le sue note di humus, tartufo e tanti e variegati frutti rossi. Sconta ancora la nota vanigliata conferitogli dalla barrique di rovere francese che, comunque, tenderà a perdersi nel tempo.

L’Ultimo Baluardo, l’autoctono di Cesanese Nero, è invece il figlio della collina e di quella vite secolare che gli ha acconsentito d’essere oggi ancora qui con noi. Lo trovo un eccellente esempio di come si possa fare un vino veramente fine, usando le uve di quello che è per antonomasia il vitigno rosso Laziale. Balza subito agli occhi per la luminosità del colore e per la sua forte impronta minerale. Ritrovo i frutti rossi del vino precedente ma questa volta li sento accompagnati da note di liquirizia e, seppur ancor sommesse, da un tripudio di spezie, in modo particolare il pepe, che fa presagire un’evoluzione da grandissimo vino. Credo che nel tempo lo apprezzeranno molto anche i cugini d’oltralpe.

Finiamo il pranzo scambiando due chiacchiere con Sandro Serva, sì proprio lo Chef stellato del vicino Ristorante La Trota di Rivodutri, che era a pranzo qui con la sua famiglia. Sono colpito dalla capacità di Antonio e Sandro di far sistema e di difendere il Territorio e sono certo che, se anche altri ristoratori del luogo li affiancheranno, qui potrà nascere un polo turistico capace di fondare le sue radici sulla bontà del cibo e del vino. Sono asset imprescindibili che alimentati dalla forte amicizia ed etica, si andranno a sommare a quelli, ancora presenti, di una natura incontaminata che Francesco aveva fatto già sua. La stessa natura che oggi sembra appartenere ai sereni viandanti che incontro su strada, tornado verso casa.

Cantina Le Macchie – Castelfranco Rieti

Via Casanuova, 5 Rieti  Tel. +39 3384620702

 

Ristorante La Foresta

Via Foresta, 51 Rieti  Tel. +39 0746220455

Credits: Tutte le foto sono di Foodwineadvisor, tranne le ultime due che sono state scattate da Antonio di Carlo.

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